L’EMDR nel Disturbo da Stress Post-Traumatico

L’EMDR nel Disturbo da Stress Post-Traumatico

Se ci fermassimo solo un momento a pensare a quel giorno di 17 anni fa, probabilmente quasi ognuno di noi ricorderebbe dove si trovava e con chi e che che cosa stava facendo. Nella memoria collettiva, l’11 settembre è una data significativa non solo per la drammaticità dell’evento in sè e delle migliaia di morti che ha causato, ma è stato anche il punto di transizione nel passaggio dallo stile di vita degli anni ’90 e del 2000.

Molte sono state le testimonianze di chi si trovava a New York e ha vissuto sulla sua pelle quei terribili momenti. Le reazioni di stress vissute in queste persone hanno portato a disturbi post-traumatici (PTSD) anche duraturi. Il ricordo del momento traumatico può essere elaborato in maniera autonoma dal nostro cervello col passare delle settimane, ma a volte però può perdurare fino a sviluppare un PTSD.  I sintomi più comuni consistono nella presenza di insonnia, tensione, visione negativa del futuro e continua sensazione di minaccia. In alcuni casi si possono anche manifestare crisi di ansia o attacchi di panico.

Un’esperienza traumatica come questa descritta, è bene che venga affrontata con un percorso psicologico specifico per l’elaborazione del trauma, in maniera mirata come l’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing).

In genere sono presenti aspetti di questi tre criteri del Disturbo da Stress Post-Traumatico:

  • rivivere continuamente i ricordi dell’esperienza, in immagini, odori, suoni e sensazioni fisiche. Questo si accompagna spesso a  tremori, pianto, paura, rabbia, confusione o paralisi, che portano ad auto biasimo e alienazione.
  • Evitamento di cose che ricordano il trauma, anche ottundimento emotivo e ritiro dal coinvolgimento sociale
  • Un insieme di ipervigilanza, irritabilità, problemi di memoria e di concentrazione, disturbo del sonno e una risposta esagerata di startle.

Le persone non colpite immediatamente e direttamente dalla tragedia, in teoria non sviluppano danni a lungo termine. Quelli più a rischio di danno permanente sono le persone direttamente esposte, quelli che erano fisicamente impotenti mentre cercavano di scappare, che hanno avuto esperienze di suoni, odori, ed immagini che hanno testimoniato direttamente la morte e la cui vita è stata stravolta per sempre dalla morte o ferimento di una persona cara.

Alla popolazione e ai soccorritori viene in genere consigliato di riprendere il più presto possibile la routine, di evitare di isolarsi e di parlare con gli amici. Prendersi del tempo per dormire, riposarsi, pensare e stare in famiglia e con gli amici cari. é infatti caratteristica di noi esseri umani la capacità di riprenderci dai traumi psicologici, così come il corpo ha la possibilità di guarire e recuperare dalle ferite. Questo processo è noto come resilienza.

La differenza critica tra un evento “normalmente” stressante e il trauma, è la sensazione di impotenza nel cambiare il risultato. Avere la sensazione di controllare ciò che succede è protettivo, ma se la sensazione è di catastrofe inevitabile, si sperimenta una paura intensa e la situazione peggiora. In ogni caso, è bene tenere a mente che ciò che per una persona è un evento critico, potrebbe non esserlo per altri. In genere, solo una piccola minoranza di vittime di trauma sviluppa gravi difficoltà o rientra in una diagnosi di seri disturbi emotivi (Davidson & Baum, 1994).

Uno degli obiettivi della psicologia dell’emergenza è quello di sostenere coloro che hanno vissuto delle esperienze traumatiche, sia individuali che collettive. Il supporto psicologico deve essere mirato ad attenuare le risposte allo stress, mobilitare le risorse delle persone coinvolte, normalizzare e facilitare il recupero della loro funzionalità. Ciò avviene tenendo in considerazione le fasi del processo di traumatizzazione, per cui sarà ben poco efficace un intervento basato sulla parola (colloquio socratico) nei giorni immediatamente successivi al trauma, in cui la confusione la fa da padrona. Al contrario, questo è il momento in cui si rende necessario innanzitutto attivare il supporto sociale per ricontattare il senso di sicurezza (vedi l’articolo “Il potere di sentirci sicuri“), ma anche stimolare i processi naturali che tendono a calmare la persona e a ristabilire l’equilibrio, favorendo il contatto con il corpo e con lambiente. Successivamente, se e quando le persone presenteranno sintomi intrusivi, è importante che l’evento venga rivissuto durante il colloquio, per poterlo rielaborare e risolvere il disagio (Foa, 1990). Infatti, lo scopo dell’intervento terapeutico – paradossalmente – è fornire la possibilità alla vittima di rivivere l’esperienza traumatica senza sentirsi al contempo impotente. L’EMDR riduce i sintomi e aiuta a capire che ricordare il trauma non vuol dire riviverlo e che l’esperienza ha un inizio, un decorso e una fine.