La “normalità” spiegata dai cartoni animati

La “normalità” spiegata dai cartoni animati

Uno tra i più noti motivi per cui non si vuole andare dallo psicologo (sebbene ve ne sia una gran necessità!), è che iniziare un percorso terapeutico con uno “strizzacervelli” mi renderebbe malato, debole o comunque “non normale”. Una delle prime battute ironiche che le persone verbalizzano alla prima seduta è: “Dottoressa sono matto?”. È chiaro che sotto questa domanda, stemperata anche da una risatina isterica, vi sia una grande necessità di farci dire proprio dallo “strizzacervelli” che siamo normali.

Ma cosa vuol dire essere NORMALI?!

Non è un valore assoluto, in una scala da Normale a Totale Follia. Normale è un concetto relativo, così come l’altezza, la magrezza, la simpatia, ecc. E’ un termine che mi qualifica in maniera soggettiva e solo se sto confrontandomi con qualcun altro. Ma poi… Immaginatevi che un amico/a vi racconti della sua prima uscita con una persona: chiedete di descrivere questa persona e vi dice solo che “è normale”. Personalmente la prima cosa che penserei io è: “che noia!”. Ma in realtà (per fortuna) nessuno è normale, perché in realtà è lo stesso concetto di normalità a non avere alcun senso.

Prendiamo come esempio i cartoni animati, personaggi creati per i bambini e quindi ottimo paragone di innocenza e parvente “normalità”. Gli stessi cartoni animati coi quali molti di noi sono cresciuti sono i primi ad essere assolutamente non normali: Ariel la sirenetta era un’accumulatrice compulsiva; il Cappellaio Matto di Alice era chiaramente schizofrenico; a Peter Pan hanno associato la sindrome di chi non vuole mai maturare; il più recente Peter Griffin ha chiaramente una personalità antisociale e il suo cane è indubbiamente un alcolista; Cupido di Pollon un voyeurista; l’alieno Roger di American Dad ha un disturbo dissociativo della personalità e così via. Si potrebbero davvero incasellare i nostri personaggi preferiti in qualche simpatica (o meno) anormalità… è proprio per questo che li amiamo tanto!

Impariamo a risaltare quelle qualità che non ci rendono affatto normali, perché sono quelle che ci rendono unici e desiderabili agli occhi degli altri. L’unica variabile resta come volete vivervi la vostra diversità: se accettata, diventerà una qualifica e una risorsa; al contrario, se cercherete di sopprimerla o eliminarla, non solo sprecherete un sacco di energie in un’attività fallimentare in partenza, ma renderete un vostro potenziale pregio in una palla al piede pesante da tirarsi dietro e di cui vergognarsi.

Tutto si riduce all’accettazione o meno di chi siete già ora. Perchè siete belli già così!