La Psicoterapia ai tempi del Covid-19

La Psicoterapia ai tempi del Covid-19

In molti ultimamente mi stanno chiedendo se le persone stanno effettivamente chiedendo di iniziare una psicoterapia ai tempi del Covid-19 più di quanto non facessero prima e se questa richiesta è causata proprio dalle conseguenze del Coronavirus. La prima risposta è un Sì deciso; la seconda è un Ni…

In questi mesi eccezionali, ho letto moltissimi post e articoli, condivisi dalla maggior parte dei miei colleghi, sulle conseguenze psicologiche ed emotive con cui stiamo iniziando a fare i conti (lutti, stress, isolamento, separazioni, incertezza lavorativa, ecc.). Nel leggere tutte queste informazioni, non vi nego che un pò d’ansia e malessere sono venuti anche a me, motivo per il quale ho scelto il silenzio. C’era già fin troppa informazione.

In questa fase di ripartenza, ho sentito di poter ripartire anche io e vorrei “condividere” con voi ciò che è successo in questi mesi e di come è cambiato il mio lavoro (ma anche di come non lo è). Per cui con questo articolo vi voglio raccontare com’è per me la “psicoterapia ai tempi del Covid-19”.

Inizio col dire che anche noi psicoterapeuti abbiamo fatto smart-working: in realtà io, così come i miei colleghi cognitivo-comportamentali, da anni utilizziamo Skype o FaceTime per fare terapia con chi è lontano e/o impossibilitato a raggiungerci in studio. Il numero di queste persone era ovviamente esiguo all’epoca, ma comunque non è stato per me un grosso stravolgimento (a differenza dei colleghi psicoanalisti, che per decenni hanno inneggiato alla rigidità del setting – cioè del contesto all’interno del quale si fa la seduta – con orari inflessibili e il potere del magico lettino e oggi, in tempi di emergenza e di siccità economica, si sono magicamente adattati…. scusate… momento polemica). Ovviamente non è una modalità che amo, ma in una situazione di emergenza come questa è stata sicuramente uno strumento utile, perchè mi ha aiutato a rimanere in contatto con le persone più fragili e con chi approdava proprio durante la quarantena a una psicoterapia.

Inutile dire che molte delle persone che seguo hanno preferito sospendere, chi per motivi economici, chi per mancanza di privacy a casa e chi, infine, a causa di un inflessibile pregiudizio nei confronti delle sedute online. Non posso biasimarli. Devo però anche dire che tra coloro che hanno proseguito, in molti, dopo le prime sedute, si sono ricreduti talmente tanto che, all’inizio della fase 2 c’è stata addirittura della resistenza nel tornare in studio!

Come dicevo, nella mia pratica clinica non mi è stato particolarmente difficile adattarmi al 100% delle sedute con la modalità online, grazie alla tipologia degli approcci terapeutici che utilizzo:

La Psicoterapia Cognitivo Comportamentale si è ben prestata a questo cambiamento. Infatti, come il nome suggerisce, le basi di questo orientamento hanno due solidi appoggi: da una parte c’è la ristrutturazione cognitiva, cioè la presa di consapevolezza delle credenze di base e, di conseguenza, dei pensieri automatici negativi, che vengono appunto “ristrutturati” in pensieri alternativi più funzionali; dall’altra parte vi è l’aspetto di cambiamento comportamentale, ovvero la modifica delle mie azioni che avvengono nel quotidiano, a seguito della ristrutturazione cognitiva. Durante le sedute, la persona è ben vigile e attiva (non sdraiata su un lettino nè tantomeno ipnotizzata) ed è responsabile della sua terapia, ovvero di applicare dei piccoli miglioramenti tra una seduta e l’altra. 

Il secondo metodo di lavoro che utilizzo principalmente è la terapia EMDR. Per chi ancora non la conosce, è una psicoterapia assolutamente efficace per l’elaborazione e la risoluzione dei traumi in generale (nello specifico del Disturbo Post-Traumatico da Stress), che si basa sulla stimolazione bilaterale alternata, di tipo visivo o tattile (vedi pagina dedicata). Come avrete già intuito, la presenza in studio è fondamentale… fino a qualche tempo fa. Durante questi ultimi mesi, l’Associazione EMDR (chiamata a rispondere all’emergenza sanitaria e alle sue conseguenze psicologiche anche dal Ministero della Salute e dalla Protezione Civile) ha portato avanti in tutto il mondo occidentale nuovi protocolli di ricerca e si è dedicata alla formazione e all’aggiornamento costante di noi psicoterapeuti EMDR.

Ma torniamo alle domande iniziali.

Già all’inizio della Fase 2 ho assistito ad un aumento considerevole del numero di richieste (in linea con quanto gli organi di informazione ci dicono), sebbene non tutte si siano poi concretizzate in vere e proprie terapie. Ciò che nella mia pratica clinica sto osservando, seppur sia essa una piccola visione della realtà e quindi non necessariamente generalizzabile, è l’emergere non tanto di problematiche legate direttamente al Covid, quanto di problemi e difficoltà pregresse che la quarantena ha semplicemente esasperato. Questo meccanismo si chiama esposizione ed è inequivocabilmente utile al cambiamento. 
I problemi son sempre gli stessi; è solo che il lockdown ci ha obbligato a guardarli in faccia perchè ci erano vietate tutte quelle magnifiche (quanto deleterie) “distrazioni” che ci evitavano di doverci fare i conti! 

Ricordatevi: le persone che chiedono un aiuto professionale perchè si rendono conto di essere in difficoltà, non sono affatto più “matte” rispetto a chi ha gli stessi problemi ma non se ne rende neanche conto…